Da Capena alla Valle del Tevere: Martina, il lavoro al bar e la nuova rete dei tirocini per l’autonomia.

Da Capena alla Valle del Tevere: Martina, il lavoro al bar e la nuova rete dei tirocini per l’autonomia.

Gli occhi hanno il colore del ghiaccio, il sorriso è di quelli che scaldano il cuore. Martina si muove con una sicurezza nuova dietro al bancone del Chiringuito, un bar sulla via provinciale che porta a Capena. È un luogo che riesce a profumare d’estate anche nei mesi più freddi dell’anno, nonostante i trenta chilometri che lo separano dal litorale laziale.

Qui, Martina sistema i piattini, prepara i caffè e accoglie i clienti con gentilezza. Fino a qualche settimana fa questo mondo le era estraneo ma, a domanda diretta, ammette con candore: «Fare la barista è sempre stato il mio sogno». Al suo fianco c’è Flora, una collega esuberante che trasforma il turno in un incrocio di risate e battute, coinvolgendo Martina in quel rito collettivo che è la colazione al bar.

A coordinare le fila di questa armonia è Valentina Latini, la titolare del Chiringuito: nei suoi occhi si legge l’orgoglio di chi guida un’attività che è molto più di un semplice esercizio commerciale. Sorseggiando un caffè insieme a loro, incontriamo Manuela Di Domenico, tutor di Martina in un progetto tutto da raccontare: una piccola rivoluzione quotidiana che nasce come un ponte gettato verso l’autonomia per attraversare l’intero distretto della Valle del Tevere.

Parole d’ordine: autonomia e inclusione

L’inserimento di Martina presso il Chiringuito di Capena rappresenta il risultato tangibile di un programma strategico promosso dal Consorzio dei Comuni della Valle del Tevere per abbattere le barriere che ostacolano l’autonomia delle persone con disabilità.Il progetto, chiamato “Il Tempo dei Desideri” e coordinato da Silvia Possanza, è a cura di un’Associazione Temporanea di Imprese composta dalle cooperative Il Pungiglione, Oltre e Alicenova: realtà che lavorano in sinergia per trasformare gli obiettivi in opportunità concrete.

Il fulcro dell’iniziativa risiede nei tirocini di inclusione sociale dedicati a persone tra i 18 e i 65 anni a cui è stata riconosciuta l’invalidità civile. Una formula vincente, poiché consente ai partecipanti di maturare esperienza professionale direttamente sul campo, sollevando al contempo le attività commerciali da qualsiasi onere economico, dato che le indennità sono garantite dai fondi europei PNRR. L’ambizione è quella di coinvolgere 36 attività locali, consolidando un network inclusivo che spazia dai piccoli esercizi di prossimità fino alle istituzioni scolastiche e ai marchi della ristorazione.

La regia operativa: dalla selezione al lavoro

Dietro il successo del progetto c’è anche il lavoro metodico che i tre orientatori, Manuela Di Domenico, Carlo Possanza e Pamela Consalvo stanno svolgendo con i beneficiari.

Proprio Di Domenico ce ne illustra i passaggi chiave: tutto è iniziato con una chiamata rivolta alle famiglie, le cui candidature sono state poi vagliate attraverso colloqui e valutazioni, tenendo conto delle possibilità e delle attitudini dei richiedenti. Una volta individuati i profili, è scattato il lavoro dei tutor: uno screening capillare sul territorio per individuare aziende interessate ad ospitare i tirocini, che hanno una durata standard di 6 mesi.

«Molte aziende sono state disponibili e questo è un risultato che non tutti si aspettavano», racconta Di Domenico. «Circa venti realtà hanno già attivato i tirocini, altre hanno dato la loro disponibilità per il futuro e alcune hanno firmato i protocolli d’intesa. Vedere un commerciante che accetta la sfida spinge altri a mettersi in gioco, creando un cambiamento mentale e una rete virtuosa tra gli attori del territorio. Per i beneficiari attualmente inseriti nei tirocini è stato effettuato un percorso di orientamento che determinasse la capacità di affrontare un impegno lavorativo con conseguente assunzione di responsabilità. Tenuto conto di ciò», aggiunge Di Domenico, «si è proceduto a cercare la corrispondenza con le aziende giuste, in linea con le attitudini dei ragazzi».

La conquista della responsabilità

Per Martina, l’autonomia conquistata grazie al tirocinio lavorativo non finisce dietro al bancone: tre volte a settimana sfida le proprie paure e sale sull’autobus Cotral, raggiungendo in totale indipendenza il Chiringuito di Capena. «All’inizio era tutto nuovo per me e un po’ complicato perché non conoscevo nessuno», confida Martina, «poi i clienti del bar hanno iniziato a farmi i complimenti per i caffè e mi sono sciolta».

Valentina Latini, la titolare del Chiringuito, sottolinea un interessante cambio di prospettiva: «La mia paura iniziale non era legata alle capacità di Martina, bensì al timore di non avere io gli strumenti di gestire una situazione così nuova per me. Invece è stato tutto molto naturale: mi sono messa in gioco e Martina lavora con noi da ottobre, se la cava benissimo e ha un ottimo riscontro con i clienti. È bravissima».

Il progetto mira proprio a questo: creare un terreno fertile dove la disabilità non sia un limite, ma il punto di partenza per costruire percorsi di indipendenza. Se per le grandi realtà aziendali l’inserimento di determinate categorie risponde spesso a un obbligo normativo, nelle piccole realtà commerciali del territorio il discorso cambia: qui è necessario un profondo lavoro di sensibilizzazione per superare la diffidenza iniziale e trasformarla in partecipazione attiva.

L’obiettivo dell’ATI e del Consorzio è offrire a questi ragazzi gli strumenti per immaginare un futuro dove anche la convivenza autonoma possa diventare — laddove le condizioni personali lo consentano — un traguardo concreto. Una sfida che permetterebbe alle persone portatrici di disabilità di sognare, finalmente, una quotidianità che sia anche frutto del loro lavoro.

Nel frattempo, continuiamo a gustarci il caffè che ci prepara Martina, quando ci accoglie al Chiringuito con gli occhi color ghiaccio e il sorriso più caldo che c’è. Altri beneficiari dei tirocini si trovano in asili nido, forni, tavole calde, scuole pubbliche.

Sono fra noi, imparano, lavorano, si realizzano.

Si mettono in gioco e, in fondo, insegnano anche a noi a farlo. La loro presenza è uno specchio per tutti noi, una spinta gentile ad aprire le prospettive e a imparare che l’inclusione non è un servizio reso all’altro.

Perché quando Martina porge un caffè, non sta solo compiendo un gesto professionale: sta offrendo a un’intera comunità l’occasione di scoprire quanto può essere ampio l’orizzonte, quando si ha il coraggio di guardarlo insieme.

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