di Claudio Quaglia
La finestra di Overton non è una teoria.
È una ferita che si allarga.
È il punto esatto in cui l’orrore smette di scandalizzare,
in cui l’inaccettabile diventa opinione,
l’opinione diventa dibattito,
il dibattito diventa norma,
e la norma diventa manganello.
Torino non è un incidente.
Torino è una conseguenza.
Un poliziotto in ospedale è un fatto grave, umano, reale.
Ma non è la causa.
È uno dei tanti corpi sacrificati sull’altare di un ordine che non protegge più,
che non media,
che non ascolta.
Un ordine che esegue.
Viviamo nel tempo in cui la paura viene coltivata come grano,
innaffiata ogni giorno da politici irresponsabili e opinionisti complici.
Il tempo in cui si sdogana la polizia politica chiamandola sicurezza,
in cui l’ICE rastrella esseri umani come le SA rastrellavano nemici interni,
prima con il silenzio generale, poi con l’approvazione, infine con l’applauso.
Viviamo nel tempo in cui un ministro degli Esteri può dire che
il diritto internazionale conta fino a un certo punto
e nessuno si alza in piedi urlando che no,
che quel punto è il confine tra civiltà e barbarie.
Nel tempo in cui Netanyahu può compiere un genocidio sotto gli occhi del mondo
e chiamarlo difesa,
operazione,
necessità.
Nel tempo in cui le parole vengono ripulite, disinfettate, rese digeribili,
mentre i corpi sotto le macerie restano corpi.
Questa è la finestra di Overton:
non si apre tutta insieme,
si apre a piccoli scatti,
finché non ti accorgi che stai respirando aria marcia
e la chiami normalità.
Allora le divise cambiano significato.
Non per colpa di chi le indossa,
ma per colpa di ciò che rappresentano.
Diventano il simbolo armato di un potere che ha smesso di cercare consenso
e ha scelto l’obbedienza.
Come accadde ieri, quando le SA venivano giustificate
perché “c’era il caos”,
perché “serviva ordine”,
perché “non c’erano alternative”.
E no, non è consolante sapere che sotto quell’elmetto
c’è un ragazzo come noi,
un padre,
un lavoratore sfruttato.
È tragico.
Perché significa che il sistema sta usando anche lui,
e lo butterà via quando non servirà più.
Io credo nella democrazia.
E proprio per questo rifiuto la violenza.
La rifiuto sempre,
anche quando nasce dalla rabbia,
anche quando esplode dalla disperazione.
Abbraccio umanamente chi è finito in ospedale,
perché nessuno merita di essere carne da macello
per un potere che non ama nessuno.
Ma rifiuto anche la menzogna.
Rifiuto la favola dell’ordine neutro.
Rifiuto l’idea che tutto inizi con una martellata
e non con anni di provocazioni, di repressione simbolica,
di criminalizzazione del dissenso.
Quelle martellate sono una risposta sbagliata.
Ma sono figlie legittime di un tempo malato.
Di un progetto chiarissimo:
silenziare,
isolare,
intimidire
chi non si allinea.
Noi.
In nome di una sicurezza che è solo la facciata elegante della repressione.
In nome di un ordine che non dialoga, non media, non ascolta.
In nome di una pace armata che prepara solo altra violenza.
Che ci fossero infiltrati o no è irrilevante.
Perché quando la finestra è spalancata,
quando la luna si fa nera,
la responsabilità non è di chi sente il freddo,
ma di chi ha deciso di aprire.
E noi questa luna la vediamo.
La nominiamo.
La ricordiamo.
Perché la storia non perdona chi, davanti all’ombra che avanza,
sceglie ancora una volta
di guardare il dito
e non il cielo.






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